INSANE BAZAR CONSIGLIA TRE #30… FIABE DAL MONDO

Ciao ragazze/i oggi vorrei consigliarvi tre bellissime fiabe da mondo: Urascimatarò (fiaba giapponese), La fanciulla di neve Snegurochka (fiaba russa) e Gli zoccoli d’oro (una rivisitazione araba della nostra Cenerentola)!

Non so voi, ma io amo alla follia le fiabe e per questo ho deciso di raccontarvi tre fiabe straniere.

Buona lettura!

Urascimatarò (fiaba giapponese)

http://lospecchiomagico.altervista.org

C’era una volta, in Giappone, un pescatore che si chiamava Urascimatarò. Egli era grande e forte, ma proprio per questo, amava molto le creature piccole e deboli, e specialmente gli animali.

Un giorno, mentre passeggiava sulla riva del mare, vide un gruppo di ragazzi che si agitavano e gridavano. Si avvicinò e vide che stavano giocando con una tartaruga, ma in modo crudele e cattivo,  tormentandola e stuzzicandola in tutti i modi. Fingendo di ridarle la libertà, quando la tartaruga s’incamminava faticosamente verso il mare, subito le erano addosso e la rovesciavamo sul dorso divertendosi a vederla agitare le zampette all’aria e facendole il solletico sul muso. Poi ricominciavano da capo. “Vergogna!” gridò Urascimatarò. “Come potete divertirvi a tormentare così quella povera bestia?” “E tu cosa c’entri?” risposero i ragazzi, facendo sberleffi. “La tartaruga è nostra. L’abbiamo catturata noi e possiamo fare quello che ci pare.” Urascimatarò ci rimase male, ma vedendo che con quei monelli le parole non servivano,  frugò nella tasca e vi trovò alcune monete. “Sentite,” disse allora ai ragazzi “Volete vendermi la tartaruga? Vi do tutto il denaro che ho: accettate?” I monelli non se lo fecero dire due volte: presero le monete e corsero verso il più vicino negozio di dolciumi. Urascimatarò raccolse la tartaruga e la portò delicatamente fino al mare, poi la mise nell’acqua dicendo: “Va, povera bestiolina, e un’altra volta cerca di non farti catturare più.” La tartaruga fece un piccolo cenno di saluto, poi scomparve nella profondità del mare. Urascimatarò la seguì con lo sguardo fin che poté, poi volse le spalle e tornò a casa.

Era rimasto senza soldi e senza cena; infatti il denaro che aveva dato ai monelli avrebbe dovuto servirgli per comprarsi da mangiare; ma era tanto contento per la buona azione compiuta che non sentiva neanche la fame. Passò del tempo. Un giorno, come al solito, Urascimatarò scese in mare con la sua barca e incominciò a pescare. A un tratto gli parve di udire una vocina sottile che lo chiamava per nome: “Urascimatarò, Urascimatarò!” Si guardò intorno sorpreso, ma non vide nessuno. C’erano soltanto i gabbiani e le onde, e sulla riva alcune piante palustri con i fiori a grappolo. “Avrò sognato” si disse; e incominciò lentamente a ritirare la rete. Ma ecco che, tra il mormorio delle onde, la vocina si fece udire di nuovo: “Urascimatarò! Urascimatarò!” Questa volta sembrava provenisse dal basso;  il giovane si sporse dalla sua barca e scrutò l’acqua. Vide disegnarsi un’ombra che saliva dal fondo del mare e finalmente giungeva alla superficie: era una grossa tartaruga che guardò il giovane e chinò la testa in segno di saluto. “Urascimatarò” gli disse “non mi riconosci? Io sono la tartaruga che hai comprato qualche giorno fa per liberarla dai suoi tormentatori, anche a costo di rimanere senza cena. Ho riferito la tua buona azione al potente Drago, il re del mare, ed egli ti è riconoscente quanto me. Vorrebbe averti suo ospite per un po’ di tempo. Monta sulla mia groppa e ti condurrò da lui.” Urascimatarò rimase interdetto. Come avrebbe potuto scendere in fondo al mare senza annegare? Ma la tartaruga, notando la sua perplessità, si affrettò a rassicurarlo: “Sei sotto la protezione del re del mare e non devi temere nulla. Sali sulla mia groppa e non avere paura.” Allora Urascimatarò, incuriosito, ubbidì; scese dalla barca mettendosi sul dorso della tartaruga che s’inabissò. Non annegò, anzi l’acqua non gli dava alcun fastidio; gli sollevava  morbidamente i capelli. Intorno c’era una luce che dava un aspetto magico a tutte le cose: alle alghe, ai coralli, alle meduse iridescenti, ai pesci rossi e rosati, che agitavano le pinne e le code così larghe e fluttuanti che sembravano veli di seta. Urascimatarò non si stancava di guardare; intanto la tartaruga scendeva sempre più, fino a quando non si posò sul fondo, proprio davanti al palazzo del re del mare.

Era un palazzo meraviglioso, fabbricato sopra uno scoglio dalle venature di madreperla. Aveva i tetti dalla punta rialzata, ricoperti di maioliche verdi e ornati di conchiglie. Una scalinata di marmo conduceva alla porta d’ingresso. “Entriamo nel palazzo del potente Drago” disse la tartaruga. S’incamminò per prima e Urascimatarò la seguì guardandosi intorno a bocca aperta. Al suo interno c’era anche una bellissima principessa, si chiamava Otohime.Vide anche due grossi pesci spada, che facevano la guardia, incrociando le spade in segno di onore; poi due lunghe file di pesci rossi gli vennero incontro inchinandosi rispettosamente e lo scortarono fino alla sala del trono. Il potente Drago, re del mare, sedeva su un trono di corallo tempestato di perle, e aveva un aspetto terribile, ma anche molto maestoso. Le zampe dagli artigli poderosi, la lunga coda mobile come fiamma, la grande bocca armata di candide zanne, avrebbero terrorizzato chiunque, ma non Urascimatarò che sapeva di non aver nulla da temere. Egli s’inginocchiò, e il Drago scese dal trono per venirgli incontro. “Urascimatarò” gli disse “io desideravo tanto conoscerti perché ho saputo quando sei stato generoso con la povera tartaruga prigioniera. Il tuo cuore gentile merita un premio e io l’ ho preparato per te; te lo consegnerò quando tornerai sulla terra. Ma ora ti prego di essere mio ospite e di visitare il mio regno. Vedrai ciò che occhio umano non ha mai potuto vedere.” “Ti ringrazio molto, potente Drago” rispose Urascimatarò inchinandosi “Sarò volentieri tuo ospite per un po’ di tempo. Ma non lodarmi, perché non ho fatto che il mio dovere. “Ti affido alle meduse mie damigelle” continuò il Drago “e alla tartaruga tua amica. Che il nostro amato ospite sia rallegrato e servito nel miglior modo possibile!” Detto questo il Drago si ritirò; Urascimatarò fu fatto sedere su una poltrona di corallo imbottita di alghe. Poi nella sala si svolse uno spettacolo tutto dedicato a lui. Prima i pesci rossi e azzurri, dalle code fluttuanti come veli, eseguirono una graziosa danza saettando su e giù, mentre i pesci martello battevano su gusci di conchiglie ritmando il tempo. Poi alcune coppie di pesci spada tirarono di scherma con molta bravura. Un polpo dalle lunghe braccia eseguì con destrezza divertentissimi giochi di prestigio, infine alcune meduse dai colori iridescenti intrecciarono un minuetto agitando graziosamente i loro tentacoli, mentre un complesso di salmoni, che costituivano l’orchestra, soffiava nelle conchiglie. Urascimatarò guardava rapito. Non aveva mai visto nulla di più gentile e divertente, nemmeno da parte dei migliori giocolieri e delle migliori danzatrici del Giappone. Inoltre la sala era adorna di fregi d’oro e d’argento e un lampadario di diamanti a cascatella spandeva una luce iridescente che traeva riflessi d’argento dalle piccole onde create dai ballerini.

Terminato lo spettacolo, Urascimatarò fu condotto nella sala da pranzo dove era imbandita una lunga tavola. Cibi squisiti gli furono serviti in piatti di conchiglie, e vini prelibati gli furono versati in bicchieri di madreperla. Infine fu condotto a dormire su un letto di soffici alghe, rivestito da lenzuola di bisso. Per molti giorni Urascimatarò visse in fondo al mare e, accompagnato dalla tartaruga, lo visitò in lungo e in largo. Vide praterie coperte di alghe e fiorite di strani animaletti che sembravano anemoni dai mille colori, visitò grotte di marmo scintillante e adorne di ostriche aperte, con perle bianche, nere, rosate, vide navi e barche affondate, riviste di muschio vellutato, galeoni dai fianchi squarciati che lasciavano sfuggire cascate di monete d’oro; vide forzieri cerchiati di ferro che contenevano tesori. “Non raccogliere quegli scrigni” suggerì la tartaruga. “Contengono tesori, ma lo scrigno che ti darà il potente Drago re del mare conterrà un tesoro più prezioso ancora.” “Che cosa conterrà?” chiese Urascimatarò incuriosito. “e quando me lo darà?” “Quando ritornerai sulla terra. Ma adesso resta con noi ancora un po’!” Ma le parole della tartaruga avevano destato nel giovane il ricordo e la nostalgia del suo paese.

Un giorno chiese udienza al potente Drago. “Mio signore” disse inginocchiandosi “io vorrei ritornare sulla terra. Il tuo regno è magnifico. La tua ospitalità deliziosa, ma…” “Vuoi andartene, Urascimatarò?” chiese il drago con voce accorta. “Forse non ti trovi bene qui? Io avrei voluto tenerti con me sempre.” “Qui mi trovo benissimo” si affrettò ad assicurare Urascimatarò calorosamente, “ma sulla terra c’è la mia casa. Non è ornata di gemme come la tua, ma è pur sempre la mia casa. E ci sono anche mio padre e mia madre. E c’è…” Urascimatarò s’interruppe. Non osava dirlo, ma c’era anche una bella fanciulla dai capelli neri pettinati con due crisantemi sulle tempie: abitava in una casetta di fronte alla sua, e ogni tanto lo guardava e gli sorrideva… “Va bene, Urascimatarò” disse il Drago. “non sia mai detto che io contravvenga a un tuo desiderio. Torna dunque sulla terra: la tartaruga ti accompagnerà. E prendi anche, come mio regalo, questo cofanetto: ma ricordati che non dovrai aprirlo per nessuna ragione.” Così dicendo il Drago gli porse un cofanetto intarsiato di madreperla, che aveva una serratura d’oro. “Per motivi che non posso spiegarti, sono costretto a consegnarti anche la chiave” aggiunse il Drago. “Ma non aprire lo scrigno.” Urascimatarò promise; prese congedo dal re del mare e da tutti gli altri ospiti del palazzo, e salutato dai pesci spada di sentinella, risalì sul dorso della tartaruga. Questa incominciò a nuotare verso l’alto, e a poco a poco il giovane sentì le acque diventare più tiepide, e finalmente rivide il sole! “Addio Urascimatarò” disse la tartaruga deponendolo sulla riva. “Non ti dimenticherò mai.” Si tuffò nell’acqua e scomparve, mentre Urascimatarò s’incamminava verso il paese respirando a pieni polmoni la tiepida e profumata aria della terra.

Ma …il paese non sembrava più il suo paese, e la casa non sembrava più la sua casa; la capanna era diventata una bella villetta abitata da gente forestiera. Il babbo e la mamma non c’erano più. Soltanto la casetta dove viveva la bella fanciulla bruna dai crisantemi sulle orecchie c’era ancora; e sulla sua veranda stava seduta una vecchina dai capelli bianchi. Urascimatarò le chiese notizie dei genitori. “Li conoscevo” ammise la vecchina. “Abitavano qui di fronte e avevano un figlio pescatore. Ma sono morti moltissimi anni fa.” “Come vi chiamate?” chiese Urascimatarò. “Fior di Loto.” Era proprio il nome della bella fanciulla! Dunque, tanto tempo era trascorso senza che lui se ne accorgesse, mentre viveva in fondo al mare? Che fare, ora? Tutto turbato Urascimatarò si diresse verso la spiaggia e incominciò a passeggiare solo e sconsolato. La cosa era spaventosa, ma forse c’era un rimedio chiuso nella cassettina. È vero che il re Drago gli aveva raccomandato di non aprirla mai, tuttavia era meglio forse il disubbidire. Girò la chiavicina d’oro e il coperchio si sollevò. Dal cofanetto uscì un leggiero fumo bianco che avvolse Urascimatarò e poi si dissipò. Quando dileguò Urascimatarò si accorse di essere diventato improvvisamente vecchio, vecchio come Fior di Loto. Era coperto di rughe, calvo; dal mento gli scendeva una barba bianca; si appoggiava ad un bastone con la mano grinzosa. Re Drago gli aveva fatto il dono dell’eterna giovinezza e lui se l’era lasciata sfuggire con un alito di fumo. Era stato meglio o peggio? Restò pensieroso a guardare il mare eternamente giovane, su cui i gabbiani volavano con le larghe ali distese.

La fanciulla di neve Snegurochka (fiaba russa)

http://www.partecipiamo.it

La fata Primavera non vuole porre fine all’inverno: agli uccelli confessa di non voler abbandonare Snegurocka, la figlia avuta dal vecchio Inverno. Iarilo, il sole, condanna per gelosia la bimba a morire se mai si innamorerà di un uomo. Inverno teme che il Sole infonda sentimenti d’amore nel cuore della figlia, tali da fondere il suo cuore fatto di ghiaccio. Per evitarlo, la nasconde nella casa di un contadino che abita all’entrata del villaggio dello zar Berendej.

Lasciata dunque la foresta dove viveva sola, Snegurocka si trasferisce nella nuova casa, ma non è felice, e per distrarla, Kupava, la sua migliore amica, la invita alle proprie nozze e le presenta Mizguir, il fidanzato. Questi si invaghisce subito di Snegurocka e abbandona Kupava, che si rivolge allo zar per averne protezione. Berendej interroga la figlia dell’Inverno, che risponde di non amare nessuno,e, non sapendo come conciliare le due giovani donne, le invita alla festa di propiziazione della fine dell’inverno. Durante la festa la fanciulla di neve resta immobile immersa nella sua tristezza glaciale; Kupava invece accetta l’amore di un pastore che desidera sposarla. A sera Mizguir confessa il suo amore alla figlia di Primavera che ne resta colpita, tanto da tornare nei boschi a supplicare la madre di farle dono dei sentimenti d’amore. La fata Primavera appare portando una ghirlanda di fiori per la figlia: la giovane sente mutare dentro di sé qualcosa e va incontro a Mizguir. Un sentimento nuovo, un’emozione mai provata prima, spinge la fanciulla ad accettare la proposta di matrimonio. Sulle nozze che si stanno per celebrare, Mizguir invoca la benedizione dello zar, ma un raggio di sole, simbolo dell’amore, colpisce la fanciulla che, sciogliendosi, scompare. Il giovane disperato e affranto dal dolore si getta nel lago. Dissoltasi la figlia del gelido Inverno, il sole ricomincia a splendere.

Gli zoccoli d’oro (fiaba araba)

http://www.paroledautore.net/

In un villaggio lungo il fiume viveva un pescatore, vedovo, con la sua figlioletta di nome Salima. Il papà amava moltissimo la sua bambina e non voleva prendere moglie, anche se, una vicina di casa, anch’essa vedova con una figlia di nome Amira, glielo aveva proposto più volte. “Le matrigne non amano le figlie del marito”, si ripeteva spesso. Ma fu  Salima che un giorno, vedendolo rattristato, gli disse “Prendila in moglie. Io e sua figlia diventeremo buone amiche e vedrai che tutto andrà bene”. E così i due si sposarono, ma le cose andarono subito male per Salima. La madre le faceva fare i lavori più pesanti e più umili, le faceva mangiare gli avanzi della tavola e indossare i vestiti lisi e vecchi che la sorellastra non voleva più. Nonostante ciò, Salima appariva bellissima e riusciva a cavarsela in ogni situazione mentre Amira era magra, sgraziata e impacciata nei movimenti. Tra i compiti di Salima vi era anche quello di andare al fiume a prendere ogni sera i pesci che il padre aveva pescato. Una sera che stava portando a casa il cesto con i pesci, si sentì implorare da un pesciolino rosso “Lasciami andare, liberami e ti sarò amico per sempre”. La bambina commossa lo riportò al fiume. Il pesciolino, prima di sparire nell’acqua, le disse “Quando avrai bisogno di protezione, chiamami e io ti aiuterò”. Tornata a casa, raccontò di aver perso un pesciolino per strada e la matrigna arrabbiata la mandò a cercarlo nel buio. Salima piangendo si sedette sulla riva del fiume e chiamò il pesciolino che le diede una moneta d’oro, dicendole “Dì a tua madre che invece del pesciolino hai trovato questa e vedrai che si calmerà”. Così fu.

Passarono gli anni, le due bambine erano diventate due ragazze, e la vita per Salima non era cambiata in meglio; appariva comunque sempre più bella, mentre Amira era sempre più sgraziata nonostante le cure premurose della madre.

Un giorno la regina di quel paese diede una grande festa nella reggia, sperando che il giovane principe trovasse la bella che gli rapisse il cuore. Tutte le ragazze di quel paese e le loro madri furono indaffarate per molti giorni. Molto henné fu consumato in quei giorni per farsi più belli i capelli e per decorarsi le mani, le braccia e i piedi. Naturalmente Salima quel giorno fu lasciata a casa, mentre Amira con la madre salì nella grande reggia. La ragazza andò a sedersi lungo il fiume e cominciò a piangere. I suoi singhiozzi furono uditi dal pesciolino che porgendole un fagotto la consolò “Vai anche tu alla festa, ma ricordati di tornare a casa prima della tua matrigna”.

Salima dentro il fagotto trovò un vestito di seta bellissimo, molti veli, un diadema da mettere nei capelli e un paio di zoccoletti dorati. Indossò tutto in fretta e corse al palazzo reale allorché la festa era al suo culmine. Quando entrò tutti gli sguardi si volsero verso di lei e tutti si chiesero chi fosse e come si chiamasse quella bella ragazza. Fu al centro dell’attenzione tutta la serata e anche il principe non ebbe occhi che per lei. La matrigna vedendola diceva tra sé, “Oh grande Allah, come assomiglia a Salima quella principessa! Se non sapessi di averla lasciata a casa a pulire il forno…”

Quando, durante la festa, Salima vide la sua matrigna dirigersi verso l’uscita, scappò via lasciando tutti di sasso, ma attraversando un ponte uno zoccoletto andò a finire in acqua. Non aveva tempo per cercarlo, così corse a casa, si rivestì dei suoi soliti panni nascondendo le ricche vesti e quando la matrigna entrò, la vide intenta a scopare la cucina.

Il giorno dopo il principe, costernato, non si dava pace: chiedeva a tutti di quella favolosa ragazza, ma nessuno sapeva dargli indicazioni utili. Mentre a cavallo si aggirava attorno al castello in cerca di qualche segno, il suo purosangue, avvicinatosi al ruscello per bere si mise a nitrire. Il principe scoprì subito la causa: era lo zoccoletto d’oro. La regina, per consolare il giovane principe sempre più afflitto e disperato, si fece dare lo zoccolo e passò da tutte le case per far provare lo zoccoletto a tutte le ragazze del paese: ma non ebbe fortuna. Non rimaneva che provarlo alle ragazze del villaggio dei pescatori, anche se era improbabile che la bella ragazza venisse da lì. A questa notizia tutte le ragazze si prepararono al meglio e anche la matrigna preparò la figlia e nascose Salima nella dispensa.

La regina passò e dopo aver provato inutilmente lo zoccolo ad Amira, stava andando via, quando un pappagallo gli volò sulle spalle dicendole “guarda in dispensa, guarda in dispensa”. Così fece e trovò la bella Salima, a cui subito calzò perfettamente lo zoccolo dorato. Andò dalla madre e le disse “prepara per domani questa tua figlia perché verranno i messi del re a prenderla. La porteranno alla reggia dove si sposerà col principe”.

La matrigna invidiosa andò dallo speziale del villaggio per farsi dare degli unguenti puzzolenti che avrebbero fatto diventare il viso di Salima tutto butterato e i suoi capelli aridi e appiccicosi. La preparò così per il giorno dopo e la consegnò ai cavalieri del re, convinta che di lì a poco l’avrebbero riportata indietro. Non fu così. Salima era più bella che mai e lo sposalizio fu incantevole e tutti lo ricordano ancora. Era presente anche il figlio di un ricco mercante che saputo che Salima aveva una sorella, andò dalla madre e la chiese in sposa dandole una ricca ricompensa. La matrigna, visto l’esito che aveva avuto l’unguento con la figliastra, pensò di preparare la figlia così come aveva fatto con Salima. Lo speziale le approntò la crema ancora più concentrata con la quale la madre preparò la figlia. Il giorno dopo quando arrivò il mercante e alzò il velo vide uno spettacolo orribile e il puzzo che si diffondeva era nauseabondo. Montò sul cavallo e ancora sta fuggendo lontano da quel villaggio di pescatori.

Dal sito www.paroledautore.net

Miss Piggy

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11 pensieri su “INSANE BAZAR CONSIGLIA TRE #30… FIABE DAL MONDO

  1. Che post meraviglioso!!! Anche io amo le fiabe, sono state l’argomento delle tesi triennale e di quella attuale 😀

    1. Grazie mille! anche io adoro le fiabe… mi sembra di tornare bambina ogni volta che le leggo! ma che figata la tesi sulle fiabe!!! mi piacerebbe un sacco leggerla 😉

      Miss Piggy di insanebazar.com

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